La Russia potrebbe controllare fino al 36% delle risorse mondiali di uranio estratto entro il 2040, secondo un’analisi del Centre for Strategic Advantage (CSA), think tank con sede nel Regno Unito, ripresa dal Financial Times. Il dato, se confermato, solleva interrogativi sulla sicurezza degli approvvigionamenti di combustibile nucleare in Occidente e sulla sicurezza energetica europea.

Nel 2024 Mosca ha prodotto circa il 5% dell’uranio estratto a livello globale. Ma se si considerano anche le operazioni internazionali controllate da aziende russe, il paese arriva a controllare quasi un quarto delle risorse mondiali di uranio.

L’uranio è un componente essenziale per la produzione di combustibile nucleare, impiegato per alimentare i reattori in tutto il mondo. Kazakistan, Canada e Namibia sono attualmente i tre maggiori produttori globali. Il minerale è centrale anche per la transizione energetica europea, dato che il nucleare fornisce una fonte stabile di elettricità a basse emissioni ed è parte integrante degli sforzi dell’Unione europea per raggiungere l’obiettivo di azzeramento delle emissioni nette entro il 2050.

Il rischio geopolitico per l’Europa

Secondo i dati dell’Agenzia di approvvigionamento Euratom, la Russia ha fornito circa il 15% dell’uranio utilizzato nell’Unione europea nel 2024. Il rapporto annuale 2024 dell’agenzia, pubblicato in autunno, indica più precisamente una quota russa del 15,63% sulle consegne di uranio naturale ai clienti UE, in calo dal 23,45% del 2023, con Mosca scesa al terzo posto tra i fornitori dopo Canada e Kazakistan.

Diversi esperti avvertono che questa dipendenza potrebbe rappresentare un rischio geopolitico crescente per l’Europa. Secondo quanto riportato dal Financial Times, Gareth Heywood, responsabile di un progetto speciale del CSA, ha sostenuto che entro il 2040 l’Europa potrebbe trovarsi in una condizione di dipendenza dall’uranio estratto in Russia paragonabile a quella sperimentata nel 2022 con il petrolio e il gas russi. L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 aveva infatti provocato forti scosse sui mercati energetici globali, innescando una crisi energetica in Europa con l’impennata dei prezzi di petrolio e gas naturale.

Rischio di un deficit di offerta e consolidamento russo

Secondo l’analisi, un lungo periodo di prezzi bassi dell’uranio ha portato alla chiusura di miniere e a un calo degli investimenti nell’esplorazione, aprendo la possibilità di un deficit nell’offerta mondiale di uranio nei prossimi anni.

Nel frattempo, la Russia starebbe consolidando il proprio controllo su risorse di uranio in altri paesi. Uranium One, controllata dalla società statale russa dell’energia nucleare Rosatom, deterrebbe quote e attività minerarie rilevanti in Kazakistan, che produce circa il 40% dell’uranio mondiale. Mosca starebbe inoltre sviluppando miniere di uranio in Tanzania e Namibia e, l’anno scorso, avrebbe firmato con il Niger un accordo per ampliare la cooperazione bilaterale, in vista dell’apertura di nuove miniere di uranio nel paese.

La risposta europea

L’Unione europea ha già avviato misure per ridurre il ruolo della Russia nella catena di approvvigionamento del combustibile nucleare, compresi gli sforzi per ampliare la capacità europea di conversione e arricchimento dell’uranio.

Sostituire le forniture russe richiederà tuttavia tempo e investimenti significativi. Le nuove strutture europee di arricchimento non dovrebbero diventare operative prima del 2027, mentre la capacità aggiuntiva di conversione non è attesa prima del 2030.

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